Maggio Settantanove - Parte prima

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Testo: Maggio Settantanove - Parte prima
di Jax


La sera del 18 maggio 1979 mi caddero gli occhi a terra. Avevo da poco compiuto 24 anni e avrei permesso a chiunque di dire che era la più bella età della vita: della mia, almeno.
Ho tutto scolpito qui, racchiuso in una scatola cranica che, sebbene di medie proporzioni, ha riempito diversi cassetti di ricordi; da uno di questi, senza il bisogno di rovistare, riemergo in un tiepido pomeriggio di maggio del ‘79.
Ma procediamo con ordine.
L’avevo conosciuta in un bar di Bellinzona, città nella quale ero capitato per curiosità poiché: primo mi divertiva l’idea della zona frequentata da belli e secondo, visto che Lancillotto aveva scelto Ginevra, io nel mio piccolo avevo scelto Bellinzona.
Ero alto e abbastanza magro; vestivo jeans e felpa su scarpe da tennis, capelli lunghi non ancora sacrificati al servizio della patria e sulle spalle uno zainetto. Fu un incontro divertente.
Eravamo seduti in un bar del centro e la osservavo accendere una sigaretta dopo aver riordinato da bere. Mi sembrava molto bella. Era vestita con cura ed i capelli erano color rosso fulvo.
Volevo avvicinarmi ma avevo paura di essere scortese, temevo mi respingesse o che ridesse di me mentre le rivolgevo la parola e così continuai ad osservare i suoi movimenti. Volevo avvicinarmi ma non riuscivo a muovermi e l’indecisione mi faceva venir caldo. Fu un suo sguardo insistito o quello che io ritenei tale a farmi prendere l’iniziativa ed a farmela raggiungere al suo tavolo. Il tempo che intercorse tra pensiero ed azione fu così breve che, arrivato davanti a lei, non seppi come cominciare e rimasi impalato quel tanto che bastò a farle chiedere:
“Desidera?”.
Sentii il calore avvolgermi e la punta delle orecchie diventare rossa.
Mi succedeva sempre nelle situazioni imbarazzanti solo che, quella volta, ripresomi subito ebbi la prontezza di rispondere: “Avevo pensato ai diversi modi di cominciare una conversazione ma come vede il silenzio iniziale è il risultato. L’obiettivo della mia richiesta era di potermi sedere al suo tavolo, se vuole posso ricominciare tutto daccapo”.
Dovevo aver guidato bene le parole visto che indicandomi una sedia fece cenno di sedermi.
Ordinai un caffè e, nell’attesa, cominciai col farle delle domande di tipo classico: se era sola, da dove venisse, se conosceva la città ecc.ecc. Un free-climbing sugli specchi, insomma.
Non pareva infastidita anzi, in alcuni momenti, la sentivo partecipe e questo fatto mi mise ancor più a mio agio rilassandomi non poco.
La divertii raccontandole qualche curiosità sul mio viaggio. Dissi del tipo con BMW che mi aveva abbandonato in piena autostrada, senza nemmeno accompagnarmi ad un’area di servizio, solo perché mi ero addormentato in macchina e della discussione avuta con un altro automobilista che, fermatosi a fare benzina, mi voleva partecipe delle spese.
Fu dopo quest’ultima esperienza che avevo deciso di fare un tratto di viaggio in treno dove almeno ero riuscito a dormire; ed era col treno che ero arrivato li. A sciogliere definitivamente il ghiaccio tra noi fu la mia motivazione sul perché avessi deciso di fermarmi a Bellinzona.
Trovò divertente la cosa e ne approfittai per chiederle se potevamo darci del tu.
Il suo sì aumentò la mia sicurezza e chiederle cosa facesse nella vita fu del tutto normale.
Rispose che si occupava del settore vendite della Treccani, l’Enciclopedia.
“Un nome conosciuto da molti di più che non i soliti 4 gatti” aggiunse mettendomi ancor più a mio agio con il suo humour.
Ordinammo una fetta di torta e mentre la gustavamo insieme alla conversazione, chiese se ero occupato. Risposi che un paio d’anni prima più che essere occupato avevo occupato ma solamente per una settimana, quella prevista dal regolamento; dopodiché era arrivata la polizia e dovemmo sgomberare. Da allora ci avevo rinunciato e la parola occupazione non rientrava nei miei progetti immediati. Sorridendo mi spiegò che intendeva chiedermi se avessi impegni in città poiché, altrimenti, avrei potuto accompagnarla a fare delle spese.
Mi misi a sua completa disposizione e le domandai cosa avesse intenzione di acquistare.
Rispose che non aveva una idea precisa o meglio, di sicuro, voleva visitare una galleria d’arte dove erano esposte alcune opere di Morandi.
Le comunicai che ero un fan di Morandi e che “Notte di ferragosto” era il pezzo che mi piaceva di più. Ammise di non conoscerlo ed io cominciai a canticchiarlo.
Rise e dopo aver pagato il conto cominciammo il nostro giro. La città, niente affatto caotica, era dominata da tre castelli oltre ad una serie di chiese molto belle e fui contento d’aver deciso di fermarmi. Lei, che conosceva la città, mi fece da guida e dopo non molto arrivammo alla galleria d’arte. Aprii la porta e le cedetti il passo.
Della galleria non ricordo il nome, ricordo solo che era un ambiente particolare con le pareti piene di quadri. Sola, in un angolo, faceva bella mostra di se una sedia dalla forma alquanto strana. Mi soffermai a guardarla da diverse angolazioni e dopo alcuni minuti si avvicinò un distinto signore che mi chiese:
“Posso aiutarla offrendole un esempio di Le Corbusier?”
“Preferirei un Cointreau con poco ghiaccio”- risposi d’istinto.
Mi offrì un pietoso sorriso e si allontanò.
Mi mossi anch’io andando a raggiungere la mia accompagnatrice ferma davanti ad una natura morta.
"Cosa ne pensi?" chiese senza distogliere lo sguardo dal quadro.
“Ad essere sincero e senza voler mancare di rispetto all’autore, mai natura morta mi è sembrata così priva di vitalità”.
Aspettavo ridesse della mia considerazione invece, facendo l’occhietto, sussurrò che non avevo poi tutti i torti e passammo oltre degnando di poca attenzione tre o quattro opere.
La quinta era un re di picche ripetuto all’infinito e mentre lei si fermava ad osservarla tra me e me pensai che erano ben strani i misteri dell’arte. Poi, dopo aver guardato intorno a lungo, rivolgendomi alla mia amica le feci osservare la stranezza di quel posto. C’erano i quadri, c’erano le picche e i cuori ma mancavano i fiori. Non c’erano fiori.
Lei fece girare il suo sguardo all’intorno e rise di gusto.
Gustolungo tenuto conto della durata del suo ridere. Uscimmo a mani vuote mentre il pomeriggio manteneva la sua tiepidità.
Il suono di una sirena interruppe per un attimo la quiete del posto.
“Non c’è un alito di vento” fu la prima cosa che dissi appena fummo fuori. Poi, dopo una breve pausa, aggiunsi: “Forse però è meglio così. Pensa che problema se quell’alito fosse pesante”.
“Ti riferisci allo smog delle grandi città?” domandò.
“Esattamente” conclusi.
Girammo qua e là per la città ancora un po’ senza incontrare molti passanti.
Era quello il momento migliore per muoversi: poco traffico e poca folla.
Entrammo a visitare una chiesa che aveva all’interno dei bellissimi affreschi e, all’uscita, espresse il desiderio di fermarci a fumare una sigaretta sui gradini. Una signora che passava in bici fece un cenno di saluto e dopo dieci minuti riprendemmo il nostro cammino finché non ci fermammo davanti ad un negozio d’arredamento. Era un posto abbastanza grande con tre vetrine di cui una ad angolo; in una delle tre vetrine era esposto un quadro astratto avente funzione d’orologio.
“Ci stai pensando?” chiesi nel vederla intenta a rimirarlo.
“Ci ho già pensato. Fa pendant con il divano”.
“Parbleau” dissi a dimostrazione della mia piccola conoscenza del francese.
Confessò di trovarmi divertente e, segnato il punto a mio favore, entrammo per l’eventuale acquisto. La grandezza del quadro rendeva complicata la possibilità di trasportarlo a piedi anche in un giorno di shopping così, quando chiese se mi piacesse, risposi che si, mi piaceva anche se non avevo visto il divano; quello che mi preoccupava era il come avremmo fatto a portarlo in giro.
Sulla nostra perplessità intervenne il proprietario: “Nessun problema, -disse- mi lasciate il vostro indirizzo e domattina, tramite corriere, provvederò a farvelo recapitare. C’est plus facile”.
A quel tempo non chiesi il suo nome ma sono sicuro che a ritrovarlo oggi in qualche bar potrei tranquillamente chiamarlo Mario e riceverne uno sguardo di complicità.
“Non potevo sperare di meglio, disse lei. Questo è il mio indirizzo”. Poi, con gesto elegante, porse il suo biglietto da visita e la carta di credito.
Guardai affascinato le sue mani, le sue dita affusolate intente ad accendere una sigaretta ed, espletate le formalità, fummo fuori.
“Sto arredando la mia nuova casa anche se ancora non hanno finito completamente i lavori, mancano le rifiniture, gli ultimi ritocchi. L'appartamento che abito adesso non è mio, sono in fitto ed anche i mobili erano già dentro quando sono andata ad abitarla. E’ sempre stata una soluzione provvisoria nell’attesa di avere un posto mio; non per il gusto del possesso ma per il piacere di poterla arredare come meglio mi sarebbe piaciuto e adesso, un pezzo alla volta, comporrò il mosaico dell’arredo. Non è grandissima, al volume ho preferito la luce. Ho voluto che la luce naturale entrasse da più parti, quindi spazi aperti ma soprattutto grandi vetrate e un bel lucernario in camera da letto. Ma dimmi, casa tua invece com’è?”.
Ero così preso dalla sua descrizione che la domanda mi colse impreparato e, timoroso del dover rispondere che abitavo una di quelle case popolari dove non solo mancano le grandi vetrate ma anche i balconi sono assenti, combinai la risposta con una frase tratta da un film di cui non ricordavo più il titolo.
“La mia casa? E’ come la mia vita. Una stanza con angolo cottura nella zona di sinistra, quella del cuore”.
“Bella risposta. E’ tua?”
“Non solo mia” dissi senza esitazione.
Soltanto allora mi resi conto di quello che mi stava accadendo. Per caso, ero arrivato in un posto quieto e sconosciuto e stavo andando a zonzo con una donna anch’essa sconosciuta.
Ero stupito e curioso della piega che avrebbe preso la storia e dovevo proprio darlo a vedere dato che la domanda arrivò improvvisa.
“Cos’è che ti preoccupa tanto da farti incupire di colpo?”
“Non è una preoccupazione, è solo stupore. E’ stato tutto così fulmineo e casuale mentre potrebbe essere uno dei giorni più preziosi della mia vita. A questo pensavo: ad una sensazione che non conosco”.
“Capisco. Però c’è solo un modo, uno solo, per sapere se quello che si vive è un giorno prezioso: aspettare il giorno successivo. Domani, sicuramente, conoscerai la tua risposta”.
Questa logica zen mi impedì di ribattere. Non mi restava che aspettare e in ogni caso decisi di prenderla allegramente. Nel frattempo avevamo percorso un pezzo di strada raggiungendo uno dei sobborghi della città e fu lì che ci trovammo davanti ad un parco divertimenti di media grandezza.
Ad attirarci fu il silenzio che regnava sebbene fosse tutto in movimento. Non c’erano musiche o canzonette ad alto volume ma quello che ci arrivava era solo il rumore, tra il metallico ed il festoso, della giostra che gira. Mi piaceva e glielo comunicai. Confessò che anche lei era da molto tempo che non sentiva quei rumori e aggiunse che ogni volta che vedeva una giostra girare non poteva fare a meno di pensare a ciò che tutti pensavano inevitabilmente: alla facile equazione vita-giostra.
Annuii confermandole che anch’io appartenevo a quella schiera di persone e che anche quella volta mi era successo.
“In più -aggiunsi- questa volta mi sono venuti spontanei, affiorati, dei versi che però credo sia meglio tenere per me”.
“Perché privarmi della tua vena poetica? Forse non mi ritieni all’altezza delle tue composizioni o più semplicemente sono per un’altra donna?” chiese ridendo.
“Nessuna delle due ipotesi. E’ che non so....Comunque se proprio ci tieni io...vado”.
“Certo che ci tengo. Dai”
Mi schiarii la gola ed attaccai: “Ognuno sta solo sul far della sera/ bramando il suo giro di giostra/ poi...è subito fossa”.
Osservai la sua faccia e cominciai ad allontanarmi con passo svelto. Lei mi rincorse ridendo e mi raggiunse proprio mentre una bambina ci lanciava una stella filante. Chiesi se la composizione le fosse piaciuta e rispose di si anzi, aggiunse, “da impazzire, forse è un po’ troppo breve ma è molto significativa”.
Riprese a ridere e io insieme a lei.
Sul muro di fronte al quale eravamo fermi un cartello, scritto con un pennarello rosso, informava che giorno 20 alle ore 18 era indetta una riunione del sindacato elettrici sul tema: “Il sindacato visto sotto una luce diversa”.
Non capimmo se ci trovavamo davanti a dell’ umorismo involontario o a dei volontari dell’umorismo. Nel cielo ancora chiaro la luna faceva capolino ed io cominciavo a stare bene. Abbandonata ogni minima ricerca di significato mi restava da soddisfare solo la curiosità del come sarebbe andata a finire.
“Tutto ha uno scopo” mi dissi continuando la nostra passeggiata che intanto ci aveva portati davanti ad un chiosco friggitoria dove servivano dei mix di frutta spolverati alla vaniglia.
Davanti al chiosco erano sistemati dei tavolini e, dopo aver ordinato un vassoio di frutta, ci sedemmo. Il sapore era gradevole e, a parte il rischio di una ustione iniziale, pezzo dopo pezzo andammo avanti cominciando il gioco dell’imboccarsi a vicenda. Fu mentre le stavo mettendo in bocca la banana che guardandomi negli occhi disse: ”E’ incredibile! Fino a poche ore fa ignoravamo ognuno l’esistenza dell’altro e adesso mi ritrovo a star bene con te come se ti conoscessi da molto tempo. Sono ben strane le circostanze della vita, un continuo susseguirsi di combinazioni”.
Assentii mentre davo alla banana l’ultimo morso. Lei, con in mano il suo pezzo di frutta, sembrava in attesa di una mia conclusione che non mancai di farle avere.
“E’ vero -dissi- un continuo susseguirsi di combinazioni... Esattamente quello che pensa lo scassinatore davanti all’ennesima cassaforte da aprire”.
Chiusi gli occhi in attesa di una sua reazione fisica che, a quel punto, mi sarei meritato e che non mi avrebbe stupito. Invece la sentii tossire e, riaperti gli occhi, mi alzai dal mio posto per darle dei colpetti sulle spalle. Bevve un sorso d’acqua e con le guance solcate da lacrime bisbigliò :”Potevo morire soffocata”.
La voce era leggermente incrinata e i suoi occhi tradivano un sorriso represso.
Le accarezzai il viso asciugandole una lacrima e tornai al mio posto.
Muovendosi dal chiosco venne verso di noi un prete che, fermatosi al nostro tavolo, con le mani incrociate sul grembo chiese: “Disturbo? Ho assistito alla scena...In verità è da un po’ che vi stavo osservando, si vede che siete una coppia affiatata. E’ da molto che siete sposati?”
“Tre anni oggi” rispose lei.
“Oh, ma allora auguri anche se, e non è un rimprovero, non vedo la fede”.
"Anche la sua fede non si vede -dissi io- ma nessuno può mettere in dubbio che lei la abbia. E poi stia certo che fra di noi ci ...fidiamo".
“Ma si, vi capisco voi giovani. Il vostro è un altro mondo e per la verità oramai non ci faccio più molto caso, non mi scandalizzo più”.
Tirò il fiato e riprese: “E i figli? Quanti bambini avete?”
Fui io ad intervenire precedendo la mia amica.
“Per adesso nessuno. Non abbiamo ancora avuto... si ...insomma...ancora non è stato fisicamente possibile...”
“Benedetto Iddio -interruppe- non vorrete disperare. Siete ancora giovani, succederà. Verranno, verranno! Io invece, per quel che mi riguarda, ho una famiglia numerosa, molti bambini. Non figli miei, per carità di Dio, frequentano la parrocchia e oramai li sento...come miei figli...”
“Probabilmente perché la chiamano padre” dissi.
“No, è che sono moltissimi anni che vivo in questa comunità e ho visto crescere le loro madri e i loro padri. E’ come se per loro fossi...”
“Lo zio o il nonno”- intervenne la mia amica.
Questa volta il padre, lo zio o il nonno che fosse incassò la battuta e sorrise.
“Siete davvero una bella coppia: conoscervi mi ha messo di buonumore. Sono uscito appena finita la catechesi perché avevo voglia di un gelato, un peccato di gola che alla mia età si può perdonare ma ho lasciato i bambini da soli a giocare ed ora è meglio rientrare prima che quei discoli mi rompano la cappella”.
Dopo averci salutato con un gesto della mano si avviò, con passo greve, verso la chiesa.
Riprendemmo a gustare la frutta ma, fredda com’era, aveva cambiato sapore e, in più, ci accorgemmo che la mela era marcia.
Lasciato il residuo sul tavolo seguimmo il nostro cammino mentre l’orologio segnava le 18.
Erano passate oramai alcune ore da quando eravamo partiti per lo shopping e l’unico acquisto effettuato era il quadro-orologio.
Le feci notare come in tutti i film, durante le scene degli acquisti, c’era sempre una bella donna seguita ad un passo da un uomo coperto dai sacchetti.
Aggiunsi che sentivo che quell’uomo li potevo essere io, che mi sentivo all’altezza del ruolo ma non avevo sacchetti. Insomma c’era un pomeriggio di shopping, una bella donna e un ruolo scoperto.
Mi pregò di pazientare perché il ruolo oramai era mio visto che era sicura che sarei riuscito nella parte ma non c’era fretta nel darsi un copione ben definito affrettando così i tempi e la comparsa della scritta fine.
“Se non dovessimo riuscirci oggi, finiremo il nostro giro domani” -concluse.
Cercai di controllare l’espressione del mio viso e, incrociando il suo sguardo, timidamente biascicai: "Mi dispiace ma io avevo in programma di ripartire stasera".
Mi sembrò di cogliere una leggera delusione sul suo viso mentre mi chiedeva: “E’ proprio necessaria la tua partenza o ritieni di poterla rinviare di un giorno? Te lo chiedo poiché anch’io domani devo rientrare”.
“Non lo so...o meglio, so di poterla rinviare ma la verità vera è che non ho un posto dove dormire esclusi gli hotel...ma proprio esclusi”.
“Esclusi gli hotel puoi venire a dormire da me...se non russi molto e, comunque, non voglio insistere...magari la tua partenza è necessaria, forse qualcuno ti aspetta, per cui..”
Lasciò la frase in sospeso.
Ritornai preda dell’agitazione ma solo per poco e, giacché stavo imparando che ogni cosa accade senza un vero perché, feci un respiro profondo e declamai: “Partire è un po’ morire”. E aggiunsi: “Assodato il concetto, se rimango ne guadagno in vita per cui, resto”.
“Ne ero sicura.”
“Anch’io” replicai sorridendo.
Le insegne luminose cominciavano ad accendersi in un turbinio multicolorato mentre la luce naturale lentamente cedeva il passo.
Osservammo come di giorno i negozi sembrano spenti senza i neon colorati o meglio, come i neon accendano di colpo i negozi e, come quei marchingegni che attirano qualsiasi essere volante per poi arrostirlo, ti portano a scrutare vetrine che di giorno avresti solo degnato di uno sguardo da passante.
Continuammo a parlare di questo per un altro pezzo di strada per poi finire, quale passaggio obbligato, a parlare della pubblicità e del suo ruolo.
Con mia somma gioia concordò con me sul fatto che non è la pubblicità ad essere l’anima del commercio bensì è il contrario: il commercio è l’anima della pubblicità. “E’ il commercio a creare la pubblicità poi, dopo, la pubblicità ricambia il favore”.
Mi guardò stupita e chiese dove l’avessi letto. Le risposi che non era stato stampato perché ancora non l’avevo scritto e aggiunsi che molte volte trovavo pubblicate o sentivo in tv delle battute o semplici frasi di duplice uso che io avevo già detto e che, comunque, in me nascevano spontanee per cui non sapevo se prendermela perché altri al mio posto avevano la possibilità di farle conoscere ad un pubblico più numeroso o, semplicemente, dover constatare che erano banali pensieri di tanti.
Disse di no, che in ogni caso restava l’efficacia dell’intuizione e che comunque, per quanto riguardava il farle conoscere ad una platea più vasta, di non disperare perché magari, insistendo, un giorno avrei trovato qualcuno disposto a pubblicarle.
“Ogni giorno in Italia, compresi i testi scolastici, si stampano migliaia di libri. Molti magari vendono una sola copia tu, sicuramente, non farai di meno poiché la mia puoi ritenerla già venduta”.
Mentre concludeva la frase mi diede il braccio, nel senso che volle che fossi io a prenderla sottobraccio, cosa che feci e così attraversammo la strada. Risalimmo verso il centro dove incontrata una tabaccheria entrò per acquistare le sigarette e una pila di gettoni e, una volta uscita, proseguimmo in direzione di una cabina telefonica.
Le proposi di scommettere sul numero di cabine che avremmo trovato fuori servizio e al suo due di risposta, raddoppiai. Nessuno dei due aveva però tenuto conto della perfezione svizzera; infatti la prima che trovammo era perfettamente funzionante.
Mi pregò di pazientare alcuni minuti e, mentre lei inseriva i gettoni, cercai di allontanarmi discretamente. Mi fermò mentre componeva il numero, dicendo che non c’era nessun problema e che potevo tranquillamente starle vicino. Alcuni secondi dopo iniziò una conversazione in tedesco e a quel punto mi fu chiaro il perché dell’invito a restarle accanto.
Io non capivo una parola ma il suo viso, leggermente arrossato nonostante lei mantenesse un atteggiamento disinvolto, mi diede l’idea che non fosse solo una telefonata di cortesia. Passati alcuni minuti, con un bacio chiuse la conversazione.
Sorridendo mi chiese se avessi capito ciò che si erano detti e non potei fare a meno di dirle che non avevo capito una sola parola di quel che avevo udito tranne l’ultima parte. Dal suo sguardo mi resi conto che stava cercando di comprendere a cosa mi riferissi e le domandai se potessi esserle d’aiuto. Alla sua risposta affermativa socchiusi gli occhi e, respirando per vincere il batticuore, posi un bacio sulla sua guancia con uno schiocco di intensità pari a quello che lei aveva indirizzato nella cornetta.
“E’ l’unica cosa che ho capito” mi giustificai. Mi mise al corrente che aveva parlato con suo marito, che quel giorno era veramente il loro terzo anniversario e che ci aveva pensato a lungo prima di prendere la decisione di trascorrere lontana da lui l’evento. Dopo una lieve esitazione aggiunse: “Non è un buon momento quello che stiamo vivendo. Non è colpa di nessuno dei due in particolare però capita, certe volte, che si abbia voglia di staccare per un po’ e adesso è capitato a me. Non so nemmeno perché te ne parlo...scusa...cerca di capire”.
Non mi piaceva quella tristezza che la stava invadendo e minimizzai la cosa dicendo che non era poi così grave.
“Un errore di gioventù...matrimoniale” dissi e, visto che il suo viso tendeva a rasserenarsi, proseguii: “Tre anni non sono molti, credo ci voglia del tempo perché il matrimonio raggiunga l’età della ragione. Fa bene la gente ad aspettare il settimo anno, passato quello si può cominciare a festeggiare. E’ sbagliato, nonostante la S.S. Trinità sia il massimo della perfezione, dire che il tre è il numero perfetto e la tua situazione ne è l’esempio. Pensa invece alle varie possibilità e alle opportunità concesse dal numero sette che è un numero da cabala. Pensaci bene. Sette sono i giorni della settimana e sette sono le note musicali, sette i re di Roma e sette i nani, sette i savi e sette i samurai, sette i vizi e sette i sacramenti, sette i magnifici e sette le vite dei gatti, sette le spose per sette fratelli e sette le voci di Pippo Baudo. Potrei aggiungere dell’altro ma mi fermo qui anche se, a maggior conforto della mia teoria potrei dirti che mi sento al settimo cielo per averti incontrata”.
Lo avevo detto tutto d’un fiato ma ero riuscito nel mio intento di farle tornare il buonumore. Ricambiò il mio bacio post-telefonico e si strinse a me cingendomi la vita. Seguì un breve silenzio interrotto da una richiesta di notizie sulla consistenza dei miei bagagli; indicandole le mie spalle le feci capire che il mio fardello era racchiuso tutto in quello zainetto.
“Ero solo di passaggio” dissi facendo spallucce.
Le spiegai che il resto del corredo era parcheggiato in casa di amici che abitavano nei pressi del confine da dove mi ero allontanato per un breve giro.
Una serie di coincidenze autostoppistiche mi avevano portato là e, siccome c’ero, avevo pensato di fermarmi e visitare i castelli e il museo ma l’incontro con lei aveva distolto, per fortuna, la mia attenzione da cose inanimate ed ora volevo seguire lo sviluppo della storia e scoprire il disegno divino. Dissi proprio così.
Decidemmo quindi di passare da casa sua dove avremmo fatto una doccia per poi andare a cena.
“Voglio portarti a mangiare in un posto tranquillo e con un’ottima cucina, vedrai che ti piacerà”.
“Va bene, accetto” dissi prendendola sotto braccio. Alcuni isolati dopo fummo davanti ad una serie di singole abitazioni sistemate a schiera.
La sua aveva il sette come numero civico e, fattole notare il particolare, sorridendo confessò di averlo pensato mentre enunciavo la mia teoria.
La casa non era grandissima ma ogni spazio era ben sfruttato, colorata di bianco e molto accogliente. Un doppio divano e una grande lampada con dei dipinti alle pareti, una libreria con delle mensole per molteplici usi che svariavano dal porta liquori allo stereo, alcuni mobili antichi tra cui un trumò e un grande tappeto facevano da cornice ad un caminetto a carbone.
Porte e finestre erano in legno cosi come il soffitto che aveva le travi a vista; un ampio letto occupava buona parte della seconda stanza assieme ad un comodino vecchio stile e ad una poltrona anch’essa d’epoca. Sparse sul letto giacevano alcune riviste.
“Mi piace e non per dovere di cortesia, lo dico davvero. Tutto quel che serve è nello spazio richiesto” -dissi poggiando in un angolo la mia sacca.
“Come vedi anche la mia casa è una stanza con angolo cottura”.
“E’ vero, solo che la tua vita è più larga della mia... Non in senso fisico” specificai.
Intanto che davo un’occhiata ai libri e ai dischi lei preparò un cocktail martini che bevemmo seduti sul sofà. Poi, posato il bicchiere, abbandonò il divano e, con un battito leggero, si assentò per andare nell’altra stanza. Sul giradischi riposava John Coltrane. Premetti il pulsante e lasciai partire il suo “Blue Train”. Venne fuori racchiusa in un accappatoio di colore bianco, il rosso della sua chioma andava ad adagiarsi sul cappuccio.
La guardai passare e prima che chiudesse la porta del bagno le chiesi dove fossero le sigarette.
Mi indicò una scatolina di legno sul tavolo. Accesi la sigaretta sul primo scroscio d’acqua, mi sistemai sul divano e, con gli occhi chiusi, aspirai profondamente. Volevo fare degli anelli ma il fumo si disperdeva e così continuai a fumare sorseggiando il mio cocktail. Il disco era ancora a metà del suo cammino quando l’acqua cessò di cadere.
Il lento sussurrio del phon mi fece figurare i suoi gesti. Concentrai il mio sguardo sulla porta attendendo la sua uscita e, quasi si aspettasse l’attenzione dei miei occhi, venne fuori volteggiando su se stessa con molta abilità e con la grazia di una ballerina.
“Et voilà!” esclamo concludendo il suo numero. Applaudii sottovoce mentre lei, avvicinatasi, si adagiava sul divano accendendo una sigaretta.
Fece una boccata e alla mia domanda dove avesse imparato rispose: “Vuoi che colpisca i tuoi sentimenti raccontandoti una di quelle storie mielose dove esiste una passione di famiglia ed una nonna, brava danzatrice, ostacolata nella carriera dai suoi genitori? Vuoi che ti dica che tutte le sue speranze erano riposte su di me ed io ho scelto di fare altro? Non sarebbe vero! E’ stato da sempre un mio sogno ed una mia passione coltivata in maniera discontinua e adesso, chissà perché, speravo in tutta la tua attenzione, mi piaceva l’idea che tu fossi il mio unico spettatore. Grazie per gli applausi”.
Mi parlò degli allenamenti, degli esercizi e dei sacrifici che aveva dovuto affrontare finché pian piano, la stanchezza aveva preso il sopravvento sulla passione ed allora aveva deciso di abbandonare l’impegno costante e l’agonismo. Ricordava però con molto piacere quelle poche volte che si era esibita in pubblico in alcuni teatri. La ascoltavo con molta attenzione e in maniera appassionata. “E tu? -domandò inaspettatamente- Hai mai lavorato in un teatro?”.
Ci pensai su un attimo e senza perdermi d’animo risposi: “Certo! Nel mio piccolo anch’io, a 16 anni, finite le scuole e dopo che durante la primavera avevo frequentato un corso pomeridiano di 3 mesi, lavorai nel teatro della mia città..... Aiutavo un idraulico chiamato ad installare i riscaldamenti...”.
Fece il gesto, riuscito, di darmi un leggero pugno sulla testa; si appoggiò ma solo per un attimo sulla mia spalla e alzandosi disse: “Vado a prenderti un asciugamano”.
Le sue dita sfiorarono i miei capelli. Mi chiesi se fosse tutto vero e se stesse capitando proprio a me. La conferma me la fornì uno specchio che rifletteva il suo ritorno. Mi alzai, presi il telo da bagno che mi stava porgendo e prima di chiudere la porta sentii che diceva “E’ tutto sulla mensola”.
Sul ripiano c’erano il bagnoschiuma e una confezione di tre shampoo diversi di cui uno con l’etichetta ancora gocciolante. Respirai mentre, aprendo i rubinetti, pensavo alla possibilità di una doccia fredda di cui credevo di avere bisogno. La temperatura dell’acqua mi convinse per una più mite soluzione.
Passai dieci minuti sotto la doccia e intanto che l’acqua scivolava sul mio corpo riconsiderai quello che poteva o non poteva succedere.
Fermai i miei pensieri e lo scorrere dell’acqua, mi asciugai e, rivestitomi lentamente, con i capelli ancora inumiditi, dischiusi la porta.
Era seduta sul divano solo che ora, probabilmente per mettermi a mio agio, indossava dei jeans che risaltavano la caviglia sottile priva di calze e i mocassini morbidi che le fasciavano i piedi.
Mi profusi in un inchino d’approvazione con ampio gesto della mano.
“Avrei potuto esibirmi in un triplice salto mortale non carpiato -dissi- ma credo che avresti avuto difficoltà a giustificare la presenza del mio cadavere. L’inchino mi è sembrata la soluzione più cauta”.
“Vista la quasi totale assenza di difficoltà, diciamo che poteva essere eseguito meglio anche se vale una sufficienza di incoraggiamento”.
Rimanemmo seduti sul divano a chiacchierare ancora un poco fino a quando un rintocco lontano ci fece consultare l’orologio.
“Sono le otto, ti va di uscire subito per la cena o preferisci aspettare?”
“Non osavo chiederlo -risposi- ma sono oramai diverse ore che sono a digiuno, potremmo tranquillamente cominciare a muoverci”.
Prese la sua borsa, le chiavi e aperta la porta d’ingresso ci affidammo al destino.
Fuori era quiete, una brezza leggera sosteneva la luminosità della serata.
“Sincronizziamo gli orologi?” –chiese sorridendo.
“Mi dispiace -risposi- ma credo di essere abbastanza anomalo per gli svizzeri visto che non porto orologi, però mi fido del tuo. Piuttosto c’è un dubbio che mi ha sempre assillato sulla sincronizzazione degli orologi e cioè: secondo te, davanti ad uno che sincronizza l’orologio su un segnale orario radio, non è piuttosto il caso di parlare di una sintonizzazione dell’orologio?”.
Ci pensò su come se la questione la appassionasse e rispose: “Credo di si ma solo se ad essere sincronizzata è una radio sveglia”.
Le sorrisi facendole intendere che si, la sua risposta era convincente.
Eravamo ancora fermi davanti al box quando le chiesi se il posto da raggiungere fosse distante.
“Relativamente” -disse lei.
“Relativamente molto o relativamente poco?”
“Relativamente il giusto. Quello che mi dispiace è che possiedo una sola bici altrimenti avremmo potuto utilizzarle”.
“Dimmi solo che può portarci tutti e due ed io sarò il tuo chaffeur”.
Mi diede la chiave ed aprii la porta del garage.
Ritta sul suo supporto, una bicicletta Legnano con canna e cambio, di color nero lucido, faceva bella mostra di se.
“Wow! –esclamai. Ho sempre sognato di guidare un bolide del genere”.
Era tenuta bene, con l’unico normale inconveniente di una bici che sta a lungo ferma: le ruote erano sgonfie.
Misi mano alla pompa e nel giro di qualche minuto tutto era pronto.
“Scusa -disse- non per mancanza di fiducia nei tuoi confronti ma solo per salvaguardare la mia incolumità: hai mai guidato una bicicletta?”
“Chi io?” -risposi con finto sdegno. “Devi sapere che la nostra è sempre stata una passione di famiglia. Non voglio annoiarti con un racconto mieloso ma devi sapere che il primo fu mio nonno molti anni fa...poi mio padre e via via il gruppo di noi altri inseguitori. Comunque puoi fidarti di me visto che ne va anche della mia integrità fisica”.
Si fidò e prese posto sulla canna ma non facemmo quella che si suole definire una partenza a razzo. Zigzagammo per una decina di metri in attesa del giusto equilibrio, un piede poggiato su un pedale e l’altro all’affannosa ricerca del sostegno; trovatolo, proseguimmo stabilmente.
Arrivammo indenni anche se non senza qualche ulteriore paura dovuta a delle sue prese ferree del manubrio.
Rizzata la bici sul supporto entrammo nel ristorante .
Maggio Settantanove - Parte prima testo di Jax
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